Fondazione Giovanni Michelucci
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Attività

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La Fondazione è sin dalla sua formazione luogo di dibattito sui temi dell’architettura e dell’urbanistica contemporanea, sviluppando linee di ricerca per la valorizzazione di queste tematiche attraverso incontri, dibattiti, pubblicazioni.
Attualmente la Fondazione ha diversi cantieri di ricerca aperti in collaborazione con istituzioni culturali ed enti pubblici, da cui nascono progetti e proposte che cercano di innovare le strategie e le politiche di intervento rispetto ai più scottanti problemi urbani.
Lo spazio è l'indicatore sensibile attraverso cui la Fondazione legge le diverse dinamiche di trasformazione sociale e opera per realizzare l’intreccio fra il tema dello spazio urbano e abitativo e i temi della salute e dell’assistenza, della devianza e delle istituzioni totali, dell'immigrazione e della convivenza.
Gli osservatori, i gruppi di ricerca, i seminari e i convegni sono gli strumenti operativi per lo sviluppo di queste tematiche.
Accanto all’attività di ricerca la Fondazione cura le varie aree tematiche di interesse attraverso un approfondimento continuo promuovendo o realizzando convegni, seminari, studi, ricerche, tesi di laurea, acquisizione e sistematizzazione di materiali realizzati da enti, istituzioni e soggetti esterni.

Architettura e urbanistica
I temi dell'architettura e dell'urbanistica sono oggetto di studi e ricerche da parte della Fondazione, sia in termini di analisi e valorizzazione disciplinare sul piano storico e socio-culturale, sia di approfondimento progettuale per le strutture sociali, culturali e del territorio.
La città degli abitanti
In questa sezione sono raggruppate le aree di interesse e di progetto della Fondazione Michelucci che riguardano la qualità dell’abitare urbano, gli spazi e le architetture dedicate a cittadini in condizioni di disagio, le forme della cittadinanza attiva, la nuova composizione della città plurale.
Le grandi trasformazioni urbane e sociali che hanno investito le città contemporanee hanno profondamente modificato la tradizionale relazione amministratori/amministrati: la delega politica agli eletti sulle scelte fondamentali della città non si rivela oggi una forma sufficiente di democrazia urbana. Il gioco degli interessi che spesso si nascondono dietro il vessillo della “modernizzazione” o della “riqualificazione” vengono spesso vissuti dalla popolazione come prevalenti sul “bene comune” della città. E’ in crescita la consapevolezza che il progetto urbano deve sapersi intrecciare con il protagonismo dei cittadini, con un ruolo non passivo dei destinatari, con la ricerca, anche faticosa, di scenari condivisi di pianificazione e di gestione del territorio a tutti i livelli e a tutte le scale. La presa di parola degli abitanti che portano sulla scena le condizioni materiali della propria qualità della vita e le proprie attese sta mettendo in crisi gli itinerari convenzionali di trasformazione del territorio, costringendo i progetti a misurarsi con lo spessore sociale di contraddizioni e conflitti, con situazioni ambientali delicate, con i vissuti delle persone. Sviluppo della conoscenza locale, ascolto critico e approfondito delle opinioni individuali e di gruppo, rilevazione dei bisogni taciuti, valorizzazione delle tensioni individuali e collettive e delle pratiche di confronto e di lavoro comune sono alla base di nuove forme di rappresentanza e di coesione sociale.
Molti elementi concorrono in questa fase ad accrescere in maniera sensibile il ruolo del fattore abitativo nel determinare l'inclusione o l'esclusione sociale: la differente struttura demografica e familiare, la stabilizzazione di nuove popolazioni, i crescenti fenomeni di fragilità sociale e di precarietà lavorativa, il peggioramento dei mercati abitativi, la scarsità dell’edilizia pubblica. A questo quadro di sfondo si aggiunge quel fenomeno di ritiro del pubblico (in particolare dello Stato centrale) da un impegno diretto nella produzione e nell’offerta di edilizia sociale, mentre il trasferimento di competenze verso Regioni e Comuni non è accompagnato dalle risorse necessarie. L’offerta di abitazioni, tra ritiro del pubblico e mercato fuori controllo, non tiene il passo dei cambiamenti sociali. Una nuova edilizia sociale stenta ad emergere e a produrre una adeguata all’articolazione dei bisogni e delle domande di casa. Questa situazione si abbatte pesantemente sulle fasce più fragili della popolazione (crescono situazioni di disagio estremo e di vera esclusione abitativa, che colpiscono in maniera particolarmente sensibile gli immigrati) ed espone a disagio anche fasce tradizionalmente garantite. E’ necessario che la questione abitativa torni ad essere un elemento fondante del sistema di protezione sociale e delle garanzie di cittadinanza.
La città contemporanea, sotto tutte le latitudini, è sottoposta alla pressione degli spostamenti di popolazioni che dalle periferie del mondo si muovono verso gli agglomerati urbani e verso migliori prospettive di vita e di abitazione. Cambiamenti urbani e presenza di nuove popolazioni si intrecciano profondamente, e quel che potrebbe costituire un elemento virtuoso del ripensamento della città (nel senso di una nuova apertura alla pluralità dei suoi abitanti, dei loro bisogni e dei loro stili di vita) rischia a volte di essere indicato come l’elemento prevalente della crisi della città e della sua identità. Al contrario, lo spazio come stratificazione di coesistenza, di rapporti e conflitti di culture, di affermazione e mediazione dell’identità, è in fondo il tema storico della città cosmopolita, della spazialità policulturale, dell’habitat comunicativo. E’ un tema che appartiene alla storia delle città che hanno avuto sempre nel proprio tessuto la presenza di comunità straniere, di più lingue parlate, di architetture che riflettevano la molteplicità civile della città, il valore della commistione delle culture del mondo. La città plurale è un orizzonte che può essere affrontato solo agendo per incrementare il carattere di flessibilità, di comprensione e assorbimento delle diversità da parte del modello urbano, aumentando i varchi e la permeabilità del suo tessuto.
Al rapporto tra città e ospedale la Fondazione ha dedicato un impegno cresciuto originariamente sulla base delle riflessioni di Giovanni Michelucci sui temi della progettazione ospedaliera, del rapporto tra assistenza e marginalità, della centralità della salute e di un sistema sanitario inserito con le sue differenti strutture nel tessuto connettivo della città. La storia delle strutture ospedaliere affonda nel cuore della città, nel processo di formazione delle grandi istituzioni assistenziali della civiltà rinascimentale, in complessi spesso collocati tra quelle che oggi sono le parti più sensibili del tessuto storico. Dispersione territoriale e riordino riformatore, accentramento e decentramento, polo ospedaliero e sanità territoriale si ripresentano più volte nel processo storico assumendo sempre diversi caratteri urbanistici e architettonici, sino alle circostanze attuali. Queste presentano, salvo eccezioni, ospedali sempre più periferici rispetto alla città, sempre più centrali e verticalizzati rispetto alla salute, concepiti come contenitori di organizzazioni spaziali altamente specializzate e tecnologizzate. L’impegno della Fondazione si è esteso alla ricerca di prospettive nuove nel rapporto tra città e salute rispetto ad un quadro sempre più schiacciato tra l’ospedale che fa a meno della città e la città introvabile. La città come cura, la terapia dei luoghi nascono come orizzonti di lavoro, materiali costitutivi di una qualità urbana di cui si avverte la necessità stringente rispetto all’emergere di nuove patologie urbane, di condizioni di invivibilità ambientale.
"Il mio interesse fondamentale non è il carcere, ma la città: una città in cui il carcere non sia compreso né come concetto, né come luogo". Così Michelucci spiegava, a quanti se ne meravigliavano, il suo interesse per il carcere, che lui vedeva simbolicamente come la più insuperabile delle barriere che si andavano moltiplicando nel tessuto urbano. Il progetto del "Giardino degli incontri" nel carcere fiorentino di Sollicciano (uno spazio pubblico della città dentro il carcere), preparato insieme ad un gruppo di detenuti, fu il primo dei progetti che vide impegnati Michelucci e la Fondazione su questo versante. Successivamente, lo spazio di conoscenza e riflessione aperto attraverso l’Osservatorio sulla situazione carceraria in Toscana si è allargato alla nuova composizione sociale detenuta, determinata dall'ingresso massiccio dei tossicodipendenti e di segmenti di immigrazione, alla riflessione storica e attuale sull’architettura penitenziaria, al sistema dell’assistenza sanitaria nelle carceri, alla rete delle strutture di accoglienza esterne per detenuti ed ex detenuti, alla condizione delle donne detenute con bambini.
Mentre la nostra società tende rapidamente a invecchiare, la condizione di vita degli anziani si complica: la progressiva perdita di autonomia, più diluita nel tempo, è maggiormente esposta agli effetti di malattie cronico-degenerative o di traumatismi. Il numero delle famiglie di soli anziani tende a crescere, come cresce il numero di anziani che vivono da soli. Il cumulo di situazioni di disagio che l’abitare nella città contemporanea impone loro si traduce in una condizione di isolamento forzato, di perdita di autonomia e di rete di relazioni. Questo complesso di fattori ha spinto verso l’istituzionalizzazione in strutture residenziali dedicate un gran numero di anziani che invece, con un adeguato supporto, avrebbero potuto prolungare la permanenza nel proprio alloggio e nel proprio quartiere, la possibilità di continuare ad abitare in un contesto urbano e familiare dove c’è il passato, la rete di relazioni. La permanenza nel proprio ambiente di vita, anche a costo della solitudine, è un valore largamente condiviso tra gli anziani. Nonostante questo, crescono gli utenti delle strutture residenziali, sia di quelle per non autosufficienti che per autosufficienti. Aumentano le strutture convenzionate, mentre non fa significativi passi in avanti l’offerta dei servizi di assistenza domiciliare fortemente richiesta dagli anziani. Spostare il baricentro degli interventi di assistenza sull’ambiente di vita con politiche di sostegno all’autonomia delle persone e alle reti di supporto significa potenziare la capacità di prevenzione delle situazioni di difficoltà e di intervento nei casi di necessità.
Osservatori sociali
L’Osservatorio realizzato in collaborazione con la Regione Toscana non si limita a raccogliere dati sul rapporto tra spazio e disagio sociale, ma ha lo scopo di elaborare proposte innovative sul piano degli interventi rivolti a situazioni generalmente confinate ai margini delle politiche e dell'attenzione sociale.
Il lavoro di Osservatorio sociale svolto da molti anni in collaborazione con il Dipartimento per le politiche sociali della Regione Toscana non si limita ad una raccolta – per quanto minuziosa e sistematica - di dati sul rapporto tra spazio e disagio sociale: i dati hanno consentito infatti l’elaborazione di proposte innovative sul piano degli interventi con una restituzione di dignità programmatoria e progettuale a situazioni generalmente confinate ai margini delle politiche e dell'attenzione sociale. Sui quattro diversi versanti sui quali l’Osservatorio si è sviluppato (alloggio sociale per immigrati e fasce deboli, insediamenti Rom e Sinti, istituti penitenziari, disagio abitativo) nel corso degli anni si sono progettati e sviluppati interventi concreti e sperimentali. L’Osservatorio si è ulteriormente allargato alle strutture residenziali per anziani. L’attività di Osservatorio è centrata su tre caratteristiche: 1. Un Osservatorio mosaico. Questa definizione deriva dalla pluralità di obiettivi che l’Osservatorio ha e può ulteriormente perseguire e dalle diverse metodologie che si utilizzano nei vari settori. 2. Un osservatorio progettuale. La sua natura progettuale e operativa, consente nello svolgimento stesso dell’indagine, di individuare percorsi di attivazione di azioni, di verifica e aggiustamento degli obbiettivi. 3. Un osservatorio che promuove la rete e la partecipazione. Vuol dire porsi non come osservatori distaccati delle realtà oggetto di ricerca, ma come “attori del cambiamento” nell’ambito delle politiche e dell’integrazione tra i soggetti in campo.
Archivi
Sono consultabili presso la sede della Fondazione, a disposizione di studiosi, ricercatori, studenti, diversi fondi librari su Giovanni Michelucci, i suoi scritti, la sua biblioteca personale e un'ampia bibliografia sui temi di lavoro della Fondazione stessa.
Progetti speciali
A vent'anni dalla scomparsa dell'architetto la Fondazione dedica una serie di iniziative tra il 2010 ed il 2011 che toccano le città che ha vissuto, dove ha lavorato ed insegnato ad esplorare al tempo stesso i mondi che lo hanno coinvolto, dal progetto alla didattica, dallo spettacolo alla famiglia agli amici attraverso gli archivi della fondazione, la sua biblioteca le testimonianze e soprattutto le opere d'architettura.