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2. Città da paura

Le nostre città si caratterizzano sempre più per una somma di elementi critici (la precarietà o la mancanza del lavoro, l’impoverimento delle famiglie, la mancanza di abitazioni, la solitudine degli anziani, il futuro difficile dei giovani, la presenza di nuove popolazioni) che contribuiscono ad alimentare un diffuso senso di insicurezza.

Una insicurezza che esprime l’inadeguatezza individuale di fronte ai mutamenti fisici e sociali dei propri contesti di vita, di fronte all’erosione delle tutele e delle garanzie collettive, di fronte agli effetti perversi della globalizzazione. L’idea di sicurezza che domina il discorso pubblico e la scena della città in Italia, è invece declinata esclusivamente sotto la forma della pericolosità degli immigrati. Ogni tentativo di ribattere questa presunta evidenza, anche se basato su dati e fatti concreti, viene liquidato in nome del primato della “percezione”.

E la percezione diffusa è che la città, la “nostra” città, da idilliaco luogo della memoria è diventata una fonte di pericolo. La xenofobia e il razzismo si esprimono spesso come disperato tentativo di difendere il proprio status (in questo caso il proprio territorio e quel che resta dello stato sociale) da invasori smaniosi di saccheggiarlo.

E’ necessario un momento di responsabilità collettiva di fronte ai roghi delle baracche dei rom, di fronte alle aggressioni, di fronte ad un linguaggio che alimenta l’odio anche se viene giustificato dall’intenzione di evitare “guerre tra poveri”. In un mondo sempre più aperto, il destino obbligato della città sarà far convivere una moltitudine plurale e frammentata. Indicare l’esclusione, la riduzione dei diritti degli immigrati come soluzione al pericolo da essi rappresentato, renderà molto più difficile e rischiosa questa sfida che tutti abbiamo di fronte.