Introduzione

di Sabrina Tosi Cambini

 

 

 

Il progetto europeo

 

La scelta di realizzare questo cd-rom nasce da un percorso – ancora attivo - che ha visto la Cooperativa CAT impegnata in una rete europea di organismi che si occupano a vario titolo di giustizia minorile: I Servizi Sociali di Staffordshire (Regno Unito), che ne sono i promotori; l’Ufficio dell’Amministrazione delle Prigioni della Lettonia, l’Istituto di Legge di Vilnius (Lituania), il Centro di ricerche e servizi per la giustizia dell’Università di Brema (Germania), la Fondazione Diagrama-Osservatorio sui Diritti dei Minori (Spagna). Paesi, evidentemente, con realtà sociali e contesti educativi differenti, e con notevoli dislivelli legislativi in ambito di minori frutto di esperienze storico-sociali e culturali in alcuni casi assai diverse. Da qui è sorta la necessità, ai fini di una comparazione fruttuosa e dell’ ideazione di una sperimentazione comune, di un confronto approfondito sulla realtà delle carceri minorili – centro del progetto della rete – e sul sistema della giustizia minorile che ne è alla base.

 

Il progetto denominato “The Protection of Children In and From Prison” - finanziato dal Programma AGIS 2005 della Commissione Europea  (fig.1) - ha come obiettivo generale, infatti, quello di sviluppare un sapere comune e un modello di prassi rivolti in particolare alla tutela della salute all’interno delle carceri minorili nonché alla vulnerabilità del minore (intesa in senso lato) in una condizione di reclusione. Il discorso vorrebbe allargarsi e andare a toccare anche la “prevenzione” di comportamenti a rischio da parte del minore prima della possibilità della detenzione e il supporto – sia in termini di risorse economiche che umane – che gli viene offerto nel momento in cui esce dal carcere.

Il progetto è stato pensato in linee generali che  sarebbero state tracciate via via in maniera specifica dai partners e sviluppate assieme. A seguito del primo meeting avvenuto alla fine del novembre 2004, è stato impostato il lavoro della prima fase (a carattere “propedeutico” rispetto alle due successive) che  richiedeva una prima indagine a carattere conoscitivo generale su una serie di aspetti (dalla tutela della salute ai progetti e alle risorse nel momento dell’ uscita dalla prigione, dai bisogni medici alle opportunità di studio e di lavoro, da un profilo del personale/professionisti coinvolti nella formazione dei giovani detenuti ecc.), facendone un primo quadro nazionale.

A seguito del II meeting tenutosi a Firenze nei primi giorni di marzo 2005, durante il quale è stato presentato un primo report, è stato deciso di proseguire su questa linea conoscitiva, improntando la II fase sulla produzione di un documento notevolmente più approfondito in grado di inquadrare le situazioni nazionali in maniera più specifica. Questi secondi reports rappresentano la base di discussione del Convegno Internazionale che si terrà il prossimo dicembre 2005 a Staffordshire, dal quale è intenzione uscire con un documento comune a carattere non solo analitico (un quadro sulla situazione attuale) ma anche propositivo (possibili percorsi sperimentali comuni).

Il Convegno diventa in ultima istanza il main event del progetto, occasione per un proficuo – questa è la nostra speranza - confronto internazionale e di arricchimento.

 

 

 

 

Il lavoro svolto dal partner italiano:

il “senso” dell’indagine e gli aspetti metodologici

 

 

Dalla rete “dichiarata” inizialmente ad un vero e proprio lavoro “di rete”, passano occasioni di conoscenze a livello umano e professionale, scambi di idee, di pensieri su, di pratiche, di comunicazione continua. Il gruppo europeo in questo anno, da una parte ha lavorato per la produzione di materiali, dall’altra per la costituzione reale di questa rete che a partire proprio dal Convegno di Dicembre dovrebbe aprire ad un lavoro comune delineando le linee operative di una sperimentazione da avviare in ogni singolo Paese.

Consci di questo, abbiamo pensato che per la nostra équipe la cosa più interessante fosse quella di realizzare uno strumento a carattere conoscitivo che fosse e di interesse per uno scambio internazionale e di utilità per uno sguardo interno. Il percorso che abbiamo dovuto seguire, purtroppo, non è stato lineare, avendo dovuto accordarsi alle vicende burocratiche del progetto europeo cha nella scorsa primavera ha visto una rivisitazione del piano economico, portandoci ad interrompere l’ indagine per circa un mese e mezzo. Ciononostante, grazie anche alla disponibilità dei soggetti – persone e Istituzioni – contattati, abbiamo potuto realizzare la nostra idea di ricerca. Vediamola.

Anzitutto parlare di carceri minorile apriva immediatamente ad una serie di attori coinvolti di diversa “natura” e ad una scelta – a partire dalle limitate risorse a disposizione – di quali fra questi coinvolgere in prima persona. Secondo, e questa era la questione più spinosa, di fronte all’impossibilità di fare un’etnografia[1], si poneva una domanda basilare: come parlare di un luogo chiuso dal fuori delle mura, non essendo né direttori, né educatori, né agenti di polizia ecc., né tanto meno ed evidentemente minori entrati nel circuito penale?, come farne uscire qualcosa che sapesse raccontare almeno in minima parte cosa vi accade?. Di conseguenza, abbiamo pensato di far raccontare dalle persone “dentro” (e anche da alcune che sono preposte a seguire il minore “fuori”) in maniera strutturata chi e cosa c’è nell’Istituto penale, secondo gli argomenti che erano stati fissati nei meetings del progetto di novembre 2004 e marzo 2005. Si è detto in “maniera strutturata” per due ordini di motivi: vi era la necessità di rendere comparabili le situazioni descritte, dall’altra di fare un quadro della situazione in grado di rendere contemporaneamente e della dimensione nazionale e della particolarità di ogni singolo IPM/territorio. D’altro canto noi, l’équipe, ci muovevamo all’interno di linee generali, quelle appunto dettate dalle decisioni progettuali in ambito europeo, ma che comunque lasciavano spazi liberi alla nostra “immaginazione” scientifica. Abbiamo perciò rivisitato uno strumento classico della ricerca – il questionario – soprattutto nella sua fase di elaborazione e di utilizzo, per la creazione di una sorta di primo e sperimentale  “osservatorio” sugli Istituti penali minorili in Italia. La stesura del questionario è frutto di una ricognizione bibliografica, delle tematiche scelte in sede europea e da due visite, corredate da altrettanti colloqui con gli educatori e il  direttore, all’Istituto Penale Minorile di Firenze.

Con autorizzazione del Dipartimento di Giustizia Minorile del Ministero della Giustizia, sono stati contattati i singoli diciassette IPM e inviati i questionari, volutamente senza indicare chi dell’organico dovesse compilarlo, lasciando agli Istituti la libertà di scegliere secondo le loro necessità e secondo la loro logica interna (con la precisazione però di indicarlo sul questionario). La ricchezza espressa dalla diversità dell’impostazione con cui il questionario è stato compilato da ciascun IPM, è data anche da questo fattore. Inoltre, a partire dalla impossibilità di visitare tutti gli IPM, ne sono stati scelti alcuni secondo la dimensione e la distribuzione territoriale nazionale ovvero: Torino, Milano, Bologna, Firenze (anche con tutti i partner europei in concomitanza del meeting di marzo), Roma, Nisida, Airola (e colloquio col CGM di Palermo); preziose opportunità che hanno arricchito notevolmente il nostro lavoro e la nostra percezione della complessità di quei luoghi.

La sezione “Gli Istituti Penali Minorili” qui proposta, apre dunque ad una scheda per ciascun IPM (in versione italiana e in versione inglese) che vede la riproposizione delle “voci” delle persone attraverso la diretta immissione dei loro scritti nelle parti che riprendono gli items del questionario[2]. Consapevoli dei rischi di tale operazione – in primis per quanto concerne l’omogeneità delle schede stesse  - abbiamo optato per la “vivacità”, lo “stile”, il punto di vista, in fin dei conti per l’ originalità e il vissuto che c’è dietro ad ogni scrittura. Così possiamo leggere senza filtri una sintesi di quali difficoltà o potenzialità pensano vi siano all’interno di ciascuna struttura le stesse persone che vi operano; oltre a poter trovare espressioni di appartenenza come “il nostro istituto”, i “nostri ragazzi” o l’utilizzo di un differente linguaggio nella descrizione di situazioni. Certamente per coloro che rincorrono l’ “oggettività”, questa nostra scelta può suonare poco scientifica, ma visto il carattere sperimentale di tutto il nostro iter, abbiamo preferito spostare l’ago della bilancia – fin dove i limiti del progetto e del materiale lo concedevano – verso  l’emergenza di punti di vista e di lettura delle situazioni. Segue questa logica anche la sezione “Articoli e materiali/Papers” , dove si raccolgono i contributi provenienti da una ONG internazionale (Save the Children), da associazioni di giuristi e avvocati (DirittiMinori; Altro Diritto), dal Centro per la Giustizia Minorile di Firenze, da un’équipe di educatori di strada, da una pedagogista che ha svolto un progetto presso l’IPM di Firenze: soggetti tutti con attività e finalità diverse che aprono ad una visione “a mosaico” su alcune fondamentali tematiche riguardanti le carceri minorili.

Accanto a queste due parti, ve n’è una che tratta i dati statistici provenienti da più fonti e studi – Rapporto sullo stato della sicurezza in Italia 2005, Dipartimento della Giustizia Minorile, Dipartimento della Giustizia Minorile dati INTERPOL Internazional Crime Statistic , CENSIS, Centro nazionale di documentazione e analisi sull'infanzia e l'adolescenza, Comitato Minori Stranieri non Accompagnati ecc. – inquadrando i trends della criminalità giovanile di almeno l’ultimo decennio e le problematiche attuali di particolare urgenza e rilevanza,  per rispondere alle quali è necessario sperimentare nuovi percorsi sia di prevenzione che di rapporto con i minori detenuti e, ad un livello superiore, di politiche dell’area giuridica e sociale. Problematiche, tutte queste, che si connettono fortemente anche con quanto emerge dalle schede sugli IPM e dagli articoli degli esperti: minori non accompagnati (vittime in molti casi di tratta) uso e abuso di sostanze stupefacenti, problemi di forte disagio che a volte arrivano ad investire l’area della psichiatria, l’aumento della violenza nei reati commessi (in primo luogo dai minori italiani), lo spesso insufficiente supporto esterno al momento della scarcerazione e il rapporto dell’IPM con l’esterno generalmente non privo di difficoltà.

Segue un contributo che va ad indagare il ruolo dei Servizi Sociali per i Minorenni dal momento in cui il ragazzo è soggetto a procedimento penale, alla modalità di presa in carico del minore, alla elaborazione del progetto e alla sua attuazione, nonché al lavoro di rete dei Servizi e alle loro attività di prevenzione del disagio giovanile.

Il senso di questo lavoro, dunque, sta nel rendere comunicabile ad estranei (Paesi partners) la situazione da un punto di vista legislativo (organizzazione del sistema giuridico e del procedimento penale minorile) e dare loro un quadro di ciò che sono le carceri italiane e il lavoro che viene svolto al loro interno col minore. Ma sta anche nel cercare di rendere condivisibili e scambiabili tra loro le esperienze maturate all’interno dei singoli Istituti e quella che è la loro situazione attuale, sperando di contribuire ad attivare un canale comunicativo utile a tutti i soggetti coinvolti.

 

 

 

 

Considerazioni

 

Approcciare la tematica in oggetto non è stato semplice, gli IPM sono una questione assai ingarbugliata per tanti motivi. Uno, senz’altro quello che lo rende a mio avviso il luogo delle contraddizione, è la compresenza di forze che tirano su assi differenti: quella che alla base mette l’educazione verso un individuo che è per definizione in formazione e quella che alla base mette la punizione. La prima si rappresenta con i progetti, i laboratori, le attività (il contenuto), la seconda con le mura, le sbarre, le porte chiuse a chiave, le regole, il controllo, la violenza – quella della privazione della libertà in primis – (la forma). Come dire, io metto dentro ad un cilindro un cubo, ovvio che qualcosa non tornerà. Ma non è certa finita lì, non è certo solo questione di forma e contenuto perché siamo di fronte anche a persone e a paesaggi mentali che attraversano l’una e l’altro. Il direttore, gli educatori, gli psicologi, i medici, i mediatori culturali, i volontari, la polizia penitenziaria ecc. e la pedagogia, la psicologia infantile, la sociologia della devianza, l’antropologia criminale, il diritto penale ecc. Questo solo parlando del dentro, tralasciando il sistema e il territorio di riferimento.

Al centro - o giù di lì  - di questo turbinio, il minore o il giovane adulto. Maschio, femmina, rumeno, albanese, marocchino, cinese, sudamericano, dell’ex-Jugoslavia ... .

Dall’appassionato dibattito sulla decarcerizzazione, a quello recente sull’età dell’imputabilità, ci troviamo di fronte a giovani vissuti che per la più alta percentuale sono stati strappati dalla dimensione dell’adolescenza attraverso lo sfruttamento, e questo vale - anche se con dinamiche assai diverse - e per i ragazzi stranieri coinvolti nella tratta di esseri umani che per i minori italiani delle famiglie della criminalità organizzata. La violenza impregna la vita di questi ragazzi molto prima di imbattersi nel sistema penale, ma continua ad esservi presente nel momento in cui si trovano rinchiusi in una struttura detentiva: se è vero che attraverso i laboratori, le attività, i corsi scolastici ecc. si cerca di prendersi cura di loro, è senz’altro vero che è il luogo medesimo – coatto e privo di una possibile autonomia decisionale del ragazzo su di sé – a mantenerne la presenza. Non sono assenti periodici episodi di autolesionismo (anche “a catena” per un effetto di emulazione) o problemi di forte disagio legati alla dimensione ristretta.

Tra i lavori che vengono fatti all’interno delle mura carcerarie spiccano, allora in tal senso, quelli legati alla sfera del vissuto e alla ricerca di forme d’espressione del ragazzo: i giornalini, il teatro, i laboratori artistici. Far sentire il ragazzo investito di fiducia nelle sue possibilità e contemporaneamente costruirgli una reale rete di supporto all’esterno, questi sembrano emergere quali elementi su cui insistere: è bene lavorare all’interno, ma è l’esterno che bisogna rendere anzitutto pronto ad accogliere il minore al momento della sua uscita. Questo sembra essere ancora il nodo principale su cui vanno concentrate maggiori risorse in termini economici ma anche di investimento progettuale, di coraggio nello sperimentare nuovi percorsi e di impegno politico locale, nazionale e europeo.

 

 



[1] Per le risorse a disposizione e per il mandato progettuale.

[2] In particolare: Cenni storici - descrizione degli spazi e organizzazione funzionale; Minori detenuti numero attuale – n. italiani /n. stranieri - media approssimativa ingressi ultimi tre anni; note sui cambiamenti dei detenuti negli ultimi dieci anni; n. operatori e qualifica professionale – altre professionalità- n. agenti di polizia penitenziaria – corsi di aggiornamento  per il personale e tematiche trattate – rapporto operatori/agenti/minori detenuti; Organizzazione della didattica e considerazioni; N. dei laboratori-descrizione; Minori con problemi di tossicodipendenza - risposte e progetti ad hoc – minori con problemi psichiatrici – risposte e progetti ad hoc  - disagio dei minori procurato dalla vita forzatamente in comune del carcere – percezione del rapporto fra i ragazzi – altri progetti sulla salute attivi – personale sanitario presente ; l’IPM e la città; possibilità di uscire dal carcere; Potenzialità e bisogni percepiti dagli operatori. Nel momento dell’immissione dei dati nelle schede, ci siamo mantenuti fedeli alla scrittura del questionario, operando solo in pochi casi lievissime modifiche legate alla resa visiva (elenco puntato al posto di virgole, spazi tra le righe e simili).